“Mercato del lavoro” e democrazia

In una democrazia, il mercato del lavoro non può restare troppo a lungo in dis-equilibrio. Di qui, l’ossessione del pensiero democratico (e liberale) per la “piena occupazione”: assicura che tutti i membri della società abbiano un reddito pari o al di sopra del livello di sussistenza. Che l’economia capitalistica dovesse essere organizzata in modo da rispettare il contratto sociale che definisce la democrazia stessa – “minimi esistenziali” garantiti a tutti – è sempre stato fuori dubbio.

Non dovrebbe essere necessario, oggi, ricordare i presupposti economici della democrazia. Né, certamente, era necessario negli anni Trenta ricordarlo a John M. Keynes – di cui si dovrebbe richiamare più spesso la visione che aveva della relazione tra economia e società. E quando, nel 1944, Karl Polanyi pubblica La grande trasformazione – che ripercorre magistralmente l’evoluzione di questa relazione –, l’ascesa del fascismo e del nazismo aveva convinto tutti, destra e sinistra. E nel secondo dopoguerra il “mercato sociale” è scelto come modello di economia e di società tanto dai laburisti nel Regno Unito quanto dai conservatori in Germania – e poi nel resto d’Europa. Un modello che significa soprattutto una cosa: la garanzia che tutti dispongano dei “minimi esistenziali”.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, il neo-liberismo prende forza, inizia i suoi esercizi di mistificazione proprio dal “mercato del lavoro” – per preparare il terreno a profondi cambiamenti dei suoi fondamenti istituzionali, per farlo diventare un mercato come gli altri (e, alla fine, in Italia ci sono riusciti). Di modelli irreali per rappresentare il funzionamento del “mercato del lavoro” ne sono stati proposti molti, ma la mossa decisiva è stata cambiare una definizione: sei “occupato” se hai lavorato almeno un’ora nella settimana precedente alla rilevazione sul tuo stato lavorativo. Ogni tanto, qualcuno fa notare l’assurdità di questa definizione alla quale gli Istituti centrali di statistica si sono uniformati in Europa – compreso l’Istat.

Con questo modo di rappresentarne il funzionamento si è arrivati dritti al paradosso di considerare il “mercato del lavoro” in equilibrio anche quando chi è “occupato” lavora poche ore e con una retribuzione che non permette di raggiungere un reddito sufficiente per soddisfare i minimi esistenziali. Lo si considera in equilibrio persino quando non garantisce un reddito di sussistenza a nessun membro della società. Una deformazione profonda del concetto di “piena occupazione” attorno al quale si è consolidata la democrazia parlamentare in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Ricorrendo a questo paradigma, la cultura progressista italiana ha descritto in questi anni lo stato dell’economia – e continua a farlo. Ma quanto a lungo pensava di poterlo fare rimanendo analiticamente e moralmente credibile ? Il tema del “quanto a lungo” ossessionava Keynes perché, da liberale, sapeva che non si può tenere “troppo a lungo” una quota elevata della popolazione in stato di povertà – assoluta o relativa – o precarietà senza mettere in pericolo la democrazia. Perché in una democrazia le elezioni politiche non le puoi evitare.

La rapidità con la quale in Italia, dopo la caduta del muro di Berlino, l’élite progressista è scivolata verso il paradigma neo-liberista è sorprendente. Ancora più sorprendente, però, è che questa élite abbia creduto che alla sua distorta narrazione dello stato della società e del “mercato del lavoro” potessero continuare a crederci in molti. Dopo lunghi anni di crisi e stagnazione economica, di disuguaglianze crescenti e umilianti, con milioni di persone in stato di povertà o indigenza, di precarietà senza via d’uscita o in stato di profonda incertezza sul proprio futuro economico, a quella narrazione non ha creduto più nessuno (se non chi a quell’élite appartiene).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *