Disperazioni urbane

[pubblicato tra i “Post scritti dai lettori” su “Il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2018]

Non c’è nulla da imparare da questa storia della delocalizzazione dell’Embraco, di alcune centinaia di posti di lavori che scompaiono a Chieri (Torino) e ricompaiono in Slovacchia. Sono tutte uguali queste storie, sono tante, si ripetono continuamente. Di alcune sappiamo, di molte altre no. Del tutto inutile stupirsi o chiedersi curiosi o affranti “dov’è lo Stato?”, “dov’è il Sindacato?”. Del tutto inutile guardare alla Commissione Europea, chiederle di intervenire. Del tutto inutile stupirsi, protestare, indignarsi per i lavoratori dell’Embraco.

Accusare gli Slovacchi, poi, andare a Bruxelles a “verificare” è senza ragione: perché sono in Europa come noi, perché hanno un reddito pro-capite più basso del nostro, perché hanno bisogno di posti di lavoro come tutti, perché usano i fondi strutturali come li abbiamo usati noi e gli altri. Perché stanno nel mercato unico europeo come ci stiamo noi.

Questo è il mercato europeo che abbiamo, che abbiamo costruito, che funziona con le regole fissate da noi: le abbiamo pensate, teoricamente giustificate, ideologizzate infine. Non le abbiamo accettate queste regole, bensì desiderate, volute. In Italia come in nessun altro paese in Europa. Abbiamo visto come una benedizione il capitale straniero arrivare – senza certo chiedergli della sua responsabilità sociale. (Questo capitale finanziario che arriva non-importa-da-dove è responsabile del suo rendimento nei confronti di chi lo possiede, non certo degli operai o della comunità locale.) Non c’è ragione per stupirsi, tutto previsto, prevedibile.

All’origine della disperazione dei lavoratori dell’Embraco non ci sono imprenditori cialtroni – la sfortuna di averli incontrati. All’origine c’è il Governo italiano – la successione di Governi italiani degli ultimi due decenni – che quel modello di capitalismo ha voluto senza considerarne le conseguenze indirette, senza introdurre i cambiamenti istituzionali necessari per compensarle. All’origine di questa disperazione c’è chi si è dimenticato di proteggere completamente il reddito delle famiglie di chi perdeva il lavoro per la delocalizzazione: nel mercato del lavoro meno protetto d’Europa dovevi avere il reddito più protetto d’Europa. Ma non l’hai fatto.

Queste crisi aziendali sarebbero tutt’altra cosa se gli operai sapessero che il loro reddito non è a rischio. Non dovrebbero disperarsi loro e staremmo molto meglio anche noi che li stiamo a guardare. Noi che vantaggi magari ne abbiamo dalla delocalizzazione e svantaggi nessuno, però. Questo trasferire su poche persone, costrette ad affastellarsi ai cancelli della loro fabbrica per provare a difendersi, il costo dell’aggiustamento strutturale della nostra economia non è moralmente sostenibile – e diventerà presto anche politicamente non sostenibile.

Abbiamo scelto il modello di mercato (e di capitalismo) più rozzo tra quelli che potevamo scegliere. Lo abbiamo fatto senza preoccuparci di introdurre istituzioni per compensare gli effetti indiretti peggiori. Un’ingiustizia, nient’altro. Un esercizio di potere.

 

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