Tasse universitarie: le (incerte) ragioni del sì

Negli ultimi giorni la “Fondazione Critica Liberale” ha promosso una discussione sul tema delle tasse universitarie. Sull’ultimo numero della sua rivista on line “nonmollare” sono apparsi su questo tema una nota di Enzo Marzo e un articolo di tre docenti – che commento nel mio post che segue. Nel sito della Fondazione sono stati ripubblicati un mio post precedente (Abolire le tasse universitarie?) e un articolo di Claudia Pratelli, Responsabile Scuola di “Sinistra italiana”. Segnalo anche una intervista di Monica Rubino a Fabio Mussi, già Ministro dell’Istruzione del Governo Prodi.


All’inizio dell’articolo che Lorenzo Cicatiello, Amedeo Di Maio e Antonio Di Majo pubblicano su “nonmollare” (012 | 15 gennaio 2018) si richiama un fatto: i costi del servizio di istruzione universitaria sono pagati con la fiscalità generale per circa l’80%, mentre il restante 20% proviene dalle tasse universitarie. Basterebbe questo dato per capire che il contributo all’aumento dell’equità distributiva che si ottiene facendo pagare le tasse universitarie in funzione del reddito è irrisorio. E che questi discorsi sui ricchi e sui poveri in relazione alle tasse universitarie non significano poi molto sul piano economico.

L’articolo ha una ragione di indubbio interesse: vi si conduce un’analisi del sistema di tassazione universitaria introdotto nel 2016 e diventato operativo nell’anno accademico 2017-2018, sulla base del quale le università, ciascuna a suo modo, fissano tasse universitarie. Così come descritto, il sistema è tanto contraddittorio e farraginoso – e produce tali paradossali iniquità – da lasciare molto perplessi anche gli Autori dell’articolo che, comunque, sono favorevoli al mantenimento delle tasse universitarie.

Sono favorevoli benché, proprio alla fine, si arrendano al buon senso e terminano l’articolo affermando:

“(…) il finanziamento delle Università pubbliche è comunque prevalentemente assicurato dal prelievo dello Stato (…) [e] non è auspicabile diffondere la progressività sulle tasse, tariffe e in generale sui prelievi obbligatori diversi dalle imposte solo perché non si vuole sottoporre tutti i redditi (…) alla progressività dell’imposizione personale.” (p. 19).

 Quali ragioni restano, allora, per mantenere le tasse universitarie fissandole in funzione del reddito familiare, visto che il loro uso come strumento per ridurre le diseguaglianze è discutibile? Inoltre, come l’articolo dimostra, fissarle e raccoglierle ha alti costi di transazione (sopportati dallo Stato e dalle famiglie), creano disparità ingiustificate tra famiglie, tra università, tra territori e generano una copertura molto bassa del costo totale di produzione del servizio. Quindi, perché insistere?

Due sono le motivazioni che le giustificherebbero secondo gli Autori. La prima motivazione si sente ripetere spesso: “… l’assenza generale di tassazione non sembra adatta in un sistema che contempla lo studente “fuori corso”: è banale osservare l’ingiustizia e l’inefficienza di un finanziamento collettivo degli studi [degli studenti fuori corso]…”. Si può obiettare che secondo l’attuale sistema di tassazione dell’istruzione universitaria, così come descritto nell’articolo, una quota elevata di studenti è esentata dalle tasse e, quindi, il loro pagamento non può essere un incentivo a non andare fuori corso. Inoltre, anche per i ricchi le tasse potrebbero non essere un incentivo così efficace per non andare fuori corso. E, soprattutto, si può obiettare che, pur in assenza di tassazione, esistono modi più semplici per evitare che gli studenti vadano fuori corso o per incentivarli a non farlo. Come fanno in Francia o in Germania e in tutti i paesi in cui non si pagano le tasse universitarie? Non tutte le scelte e i comportamenti sono determinati dai prezzi, visti come incentivi.

(Chi ha insegnato in una università con partecipazione non se la sentirebbe di banalizzare il tema dei fuori corso. Si va fuori corso perché sei stato in Erasmus e non ti hanno riconosciuto tutti i crediti e, comunque, è stata un’esperienza che hai vissuto oltre lo studio; perché hai avuto un momento di smarrimento, ed è normale in un periodo comunque complesso della vita di un giovane; perché hai avuto problemi in famiglia, magari anche gravi; perché hai dovuto cercarti un lavoro temporaneo; perché la stesura della tesi è stata più lunga del dovuto (e non sempre per tua colpa); perché un docente ti boccia senza ragione …)

La seconda motivazione è quella fondamentale, che svela il paradigma di riferimento. Si chiedono gli Autori: “Ma per quale motivo lo studente non dovrebbe contribuire al costo dell’istruzione universitaria? Il beneficio dell’istruzione è anche individuale.”. I neoliberali proprio non ce la fanno ad accettare la complessità dell’interdipendenza e credono di poter ridurre l’interazione sociale a calcolo economico individuale. Non sopportano le esternalità, i costi e benefici sociali, l’azione collettiva, le sinergie. In questo caso – come in molti altri –, gli esiti sono però paradossali. Da alcuni decenni, oramai, in tutti i paesi avanzati non si fa che discutere dei benefici sociali dell’istruzione universitaria. Non si fa che misurare il numero dei laureati per gli effetti positivi che generano sull’innovazione, la crescita, lo sviluppo – persino sulla capacità di trasformare il reddito in benessere (well-being), se condividi le riflessioni più sofisticate sullo sviluppo umano. Il tema dei benefici individuali interessa solo chi si attarda sugli astrusi e amorali calcoli della “teoria economica”, declinata in questo caso come “teoria del capitale umano”.

Nella società contemporanea il tema delle tasse universitarie – e dei suoi insignificanti e comunque incalcolabili effetti sulla distribuzione del reddito – va eliminato dall’agenda pubblica – come hanno fatto molti paesi europei. E ci si deve concentrare, invece, sui cambiamenti epocali che stanno prendendo forma nella sfera dell’istruzione e dell’apprendimento di livello universitario.

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