Abolire le tasse universitarie favorisce i ricchi?

L’istruzione secondaria superiore è gratuita in Italia. Si organizza la produzione del servizio in modo che tutti coloro che lo richiedono vi possano accedere, senza pagare un corrispettivo. L’istruzione secondaria superiore è un bene pubblico in Italia, ma non c’è ragione per la quale lo debba essere se non quella che abbiamo scelto che lo sia. (Perché lo abbiamo fatto? Questo sarebbe il tema.)

Nella nostra società – quella in cui viviamo, non in una delle tante che possiamo immaginare – i redditi degli individui e delle famiglie sono molto diversi e il contributo di ogni individuo o famiglia alla copertura del costo di produzione dell’istruzione secondaria superiore è diverso: tanto più elevato il reddito, quanto più elevato il contributo. Il fatto che i ricchi contribuiscano più dei poveri alla produzione dei beni pubblici non dipende dalla progressività delle imposte sul reddito. La progressività aggiunge “un di più” che ha le sue ragioni per alcuni e non per altri. Anche in un regime di aliquota fissa (flat tax) – che sono in molti ora a voler introdurre in Italia – chi ha un reddito più elevato contribuisce in misura maggiore alla produzione dei beni pubblici. Allo stesso tempo, il servizio fruito dagli studenti ricchi e poveri è identico, indipendentemente dal contributo che le famiglie danno alla produzione di quel servizio.

In una società nella quale si producono beni pubblici anche una tassazione ad aliquota fissa ha effetti redistributivi. E questa è la ragione che la rende inaccettabile per i libertari ma insufficiente per tutti coloro che – liberali e non – mettono molta enfasi sull’obiettivo di una soddisfacente uguaglianza. Per i libertari – e anche molti neoliberali – l’unico modo di evitare indesiderati effetti redistributivi sarebbe non produrre beni pubblici o produrne il meno possibile così da eliminare imposte e tasse.

Offrire l’istruzione universitaria come bene pubblico favorisce i ricchi e aumenta le disuguaglianze, come hanno sventatamente affermato molti politici, giornalisti e analisti? Esasperazioni populistiche. Se si vuole – e ammesso che lo si voglia veramente –, in una democrazia il tema della riduzione delle disuguaglianze di reddito (che non sono le sole disuguaglianze) lo si può svolgere in modo molto più efficace, trasparente ed efficiente in una sfera diversa, quella sua propria, quella delle regole che costruiscono la fiscalità generale: di come e quanto si tassano i redditi da lavoro e i redditi da capitale – e la ricchezza. Se si fa pagare una quota minima – perché di una quota minima stiamo parlando – del costo di produzione dell’istruzione universitaria al figlio del ricco pensando che ciò riduca le disuguaglianze di reddito si fa soltanto demagogia. E forse ciò che si spera è che sia il primo passo per far diventare anche l’istruzione universitaria un bene privato – che è quanto desiderano i libertari e neoliberali.

Può solo stupire il fatto di porre la questione delle tasse universitarie in questi termini (evitando poi di discutere delle ragioni per le quali in molti paesi l’istruzione universitaria è un bene pubblico). In una società capitalistica, che genera strutturalmente enormi disuguaglianze, non si sposta in avanti la frontiera dell’equità facendo pagare ai ricchi direttamente una quota dei beni pubblici che consumano. Facendo pagare ai ricchi l’università, così come l’ingresso a un parco urbano, l’attraversamento di una piazza, la percorrenza di un sentiero di montagna e così via. In un dibattito pre-elettorale nel quale si propone di ridurre o eliminare la progressività delle imposte sul reddito – questa sì una misura che favorirebbe in modo plateale e in misura considerevole chi ha redditi elevati e molto elevati – si solleva la questione dell’iniquità dell’abolizione totale delle tasse universitarie, proponendola come rilevante. Mah, che dire!

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