Abolire le tasse universitarie?

Sono favorevole all’abolizione completa delle tasse universitarie. Credo vi siano molte buone ragioni affinché l’istruzione universitaria sia un bene pubblico. Chi crede che le tasse universitarie attuali non siano un ostacolo agli studi universitari per molti giovani italiani evidentemente non ne conosce l’ammontare (e neanche il grado di incoerenza del sistema di calcolo). Non si rende neppure conto che la diffusione territoriale delle università in Italia permette a una quota molto elevata di potenziali studenti di frequentarle da pendolari e ciò rende le tasse universitarie il costo che discrimina.

Le motivazioni espresse da politici e commentatori contrari alla proposta è la seguente: è una tassa progressiva, abolirla favorisce i ricchi e penalizza i poveri. Una motivazione che tradisce quanto profondamente sia ormai penetrata l’ideologia neo-liberista in Italia – soprattutto a sinistra –, quanto diffuse siano la “paura dei beni pubblici” e la “paura delle risorse comuni (commons)”. Ci deve essere sempre uno scambio bilaterale, un’equivalenza alla base delle decisioni economiche degli individui secondo i neo-liberisti.

Seguendo la stessa logica, si dovrebbe far pagare un prezzo per fruire di un parco pubblico di una città. In effetti: che cosa c’è di più irragionevole dell’accesso libero a un parco urbano? Lo si è finanziato con la fiscalità generale ma è utilizzabile come risorsa (comune) da ricchi e poveri allo stesso modo. E si potrebbero fare molti altri esempi: la fruizione di una piazza, di una pista ciclabile, di una strada e così via. (Poi, però, il servizio radio-televisivo lo vogliono trasformare in un bene pubblico, abolendo il canone e finanziandolo con la fiscalità generale.)

Il tema della progressività della tassazione – il principio cardine delle democrazie liberali che si pongono il tema di un limite alle disparità – lo staremmo svolgendo in Italia (anche) con la progressività delle tasse universitarie? E abolirle aumenterebbe le disuguaglianze? In verità, esistono molti altri modi, molto più efficaci per ridurre le disuguaglianze di reddito – oramai enormi. No, non è proprio necessario provare a farlo trasformando beni-non-di-mercato in beni-di-mercato – e facendo, poi, una politica dei prezzi che discrimini tra ricchi e poveri. Peraltro, per definizione, la progressività delle imposte assicura già che il contributo alla produzione dei beni pubblici sia “un di più” tanto maggiore quanto più elevato è il reddito.

L’abolizione delle tasse universitarie, considerare l’istruzione universitaria un bene pubblico – come l’istruzione media superiore – ha la sua logica e non è affatto una misura iniqua. Lo è soltanto per i neoliberisti che, appunto, se non vedono uno scambio bilaterale, perdono l’orientamento.

Si può riflettere sul tema delle tasse universitarie anche da un’altra prospettiva, dalla quale si rafforza la tesi che l’istruzione universitaria debba essere un bene pubblico. L’offerta di corsi di altissimo livello in rete e a prezzo zero – intenzionalmente a prezzo zero come progetto – è già elevatissima, accessibile da ogni angolo della terra. Ugualmente molto elevata è l’offerta di corsi di livello universitario perfetti su supporti digitali a prezzi irrisori. Tanto alta la loro qualità, tanto alta la loro varietà, tanto alta l’accessibilità che non è possibile evitare di chiedersi che senso possa ancora avere l’attuale organizzazione degli studi universitari. Nella sfera dei processi di apprendimento di livello universitario è da tempo in corso una rivoluzione che trasformerà profondamente il sistema attuale. L’istruzione universitaria è già un bene pubblico alla scala globale.

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