L’uso politico delle periferie

La “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie” ha terminato i lavori. Lo leggo in un articolo che anticipa il contenuto del Dossier conclusivo (che non sono riuscito a trovare in rete; forse non è ancora disponibile ma, certo, lo sarà tra breve). Scopro che la Commissione ha un nome diverso da quello che credevo: Commissione parlamentare d’inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città e delle loro periferie. Ne ho la conferma leggendo la delibera istitutiva della Commissione.

Un nome, quello dato alla Commissione, che lascia perplessi. Perché mettere in relazione con riferimento alle periferie e alle città italiane lo stato di sicurezza e lo stato di degrado? Sono insicure perché degradate? Degradate perché insicure? Nell’articolo siu legge, che sarà il Ministro dell’Interno, Marco Minniti, a costruire un “pacchetto periferie” sulla base dei risultati dei lavori della Commissione. Nella delibera istitutiva – che avrebbe potuto essere scritta in modo più chiaro e coerente – questa enfasi sulla sicurezza non c’è. Non c’è neppure – come avrebbe potuto esserci – un riferimento al ruolo del Ministro dell’Interno, riferimento presente invece nell’articolo che leggo. Bisogna aspettarsi un uso elettorale dei lavori della Commissione nei prossimi mesi?

Secondo la Commissione, sarebbero 15 milioni gli italiani che vivono nelle periferie. Nell’articolo non ci sono informazioni sui criteri di perimetrazione proposti per identificarle. Mi sembra però fuorviante usare come sinonimi i termini “periferie” e “quartieri suburbani”: in molte città europee ci sono quartieri suburbani perfetti se valutati dalla prospettiva del modello europeo di città. Comunque, se – come sembra – hanno introdotto il concetto di “periferie interne”, sorge qualche dubbio sul rigore metodologico delle indagini svolte dalla Commissione. Rigore che non puoi ovviamente chiedere ai parlamentari, ma che puoi chiedere alla burocrazia – di cui non bisognerebbe mai dimenticare il ruolo che svolge nei processi decisionali – e agli esperti che hanno contribuito alla costruzione dell’impostazione metodologica dei lavori della Commissione.

L’articolo di anticipazione del Dossier conclusivo non richiama i criteri con i quali si è arrivati a identificare le periferie – e, quindi, i tipi di dis-equilibri che le caratterizzano. Per un territorio che deve essere molto vasto per contenere 15 milioni di persone si prevede di stanziare 25 miliardi di euro in 10 anni, vale a dire 166 euro annui per residente. Non è molto (e, comunque, le risorse che si stanno impiegando in Italia per sostenere le banche in crisi sono molte, molte di più).

La Commissione inizia i lavori nell’estate del 2016 e li conclude pochi giorni fa, nel dicembre del 2017. Li conclude dopo che è stato emanato il “Bando periferie” e dopo che sono stati scelti i progetti da finanziare. Pertanto, i risultati della Commissione non hanno potuto influenzare né l’impostazione del “Bando periferie” né l’attività di selezione dei progetti da finanziare. Ma sullo sfondo dei lavori della Commissione, dei drammatici dis-equilibri evidenziati e richiamati, come si può sostenere che i progetti finanziati (vedi il Dossier dell’ANCI) – fuori tema e giustificati sulla base di relazioni causali progetto-effetti inverosimili – siano prioritari in questa sfera dell’azione pubblica che ha come meta-obiettivo la riduzione del degrado urbanistico e della deprivazione sociale richiamata nel Dossier?

Nel capitalismo contemporaneo la chiave dello sviluppo è l’uso socialmente razionale del sovrappiù.  Ma in Italia non riusciamo a capirlo.

 

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