Il tradimento delle periferie (I)

Come declinare la catastrofe urbanistica italiana così da poterla nascondere? Come declinarla per far passare in secondo piano gli enormi costi sociali che genera e tutta l’ingiustizia spaziale che ha cristallizzato? Come declinarla così da distogliere l’attenzione dalle cause strutturali che continuano a esercitare i loro nefasti effetti sul territorio italiano?  Il modo l’abbiamo trovato, riportando al centro del discorso sulla città la categoria della periferia – a lungo dimenticata.

Dopo decenni di discussione sulla città dispersa” sulla città orizzontale, sull’area vasta, sull’anti-città, sulla post-metropoli che cosa si debba intendere per periferia non è però così ovvio. Non è mai stato ovvio: è una categoria spuria, complessa, da declinare sullo sfondo dei caratteri del territorio al quale ci si riferisce. E declinarla oggi richiede qualche attenzione, riflessione, specificazione se il territorio di e la  frammentata morfologia spaziale della città contemporanea – che in Italia, come tutti sappiamo dopo mezzo secolo di ricerca, ha avuto una manifestazione esasperata.

Nella discussione attuale – che si è consolidata nel “Bando Periferie” lanciato dal Governo (e ora chiuso) – non vi è traccia di un pensiero critico. Alla categoria periferia sembra essere stato tolto il carattere di parte di città e anche di “parte a una certa distanza dal centro della città” – dai punti focali che costruiscono l’urbanità nel territorio di riferimento. Inoltre, negata completamente la coalescenza territoriale che dalla fine degli anni Ottanta, da quando l’Istat ha introdotto i sistemi locali come unità minima di lettura funzionale, ha informato la lettura del territorio italiano, si chiede di cercare le periferie all’interno dei confini comunali sulla base della funzione di preferenza sociale dei comuni stessi. Così che avrebbero delle periferie Bergamo, Treviso, Ascoli Piceno, …

Da questa prospettiva – che nega decenni di riflessione metodologica sui caratteri morfologici e sociali della città contemporanea, – puoi chiamare periferia, come si sta facendo ora in Italia, qualsiasi isolato, piazza, parco, edificio, angolo di strada che non abbia i caratteri formali, funzionali o di scala desiderati. Che si ritiene sia sotto-valorizzato in termini di valore d’uso e, soprattutto, di valori di scambio. La città non è più composta da parti –  che, per capirne il funzionamento, non puoi sezionare a piacere, senza un criterio –, bensì da luoghi. E si perde di vista il fatto che la città e le sue parti sono sistemi progressivi, si muovono lungo traiettorie evolutive che governi attraverso un insieme di azioni coordinate nello spazio e nel tempo, che si esprimono alla stessa scala territoriale dei processi di auto-organizzazione.

Questo scambiare luoghi sotto-valorizzati per periferie che caratterizza il discorso pubblico italiano è rivelatore. Conduce direttamente ai progetti di rigenerazione urbana – una delle nuove divinità dei nostri tempi. E dai progetti alle sinergie (attese) e dalle sinergie allo sviluppo: la catena causale dell’ottimismo neoliberista. La catena causale che in Italia ha portato al “Bando Periferie” – una delle politiche territoriali più insensate che si potessero immaginare.

 (E comunque: a leggere l’elenco dei progetti finanziati – e dei luoghi nei quali saranno realizzati – viene da chiedersi: ma come li hanno selezionati, con quali criteri, sulla base di quale funzione di preferenza sociale? Il paradigma dei progetti di rigenerazione urbana ha la sua logica – che bisognerebbe rispettare).

 

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