Giacomo Becattini: la coscienza dei luoghi

L’ultimo libro di Giacomo Becattini (La coscienza dei luoghi, Donzelli 2017) ha ricevuto numerose recensioni. Molte sono state raccolte nel sito dell’Editore, nella pagina web dedicata al libro.  Alcune disorientano per la loro superficialità. Una recensione che  avevo trovato del tutto sbagliata l’ho discussa in questo blog, qualche settimana fa. Ma non credo sia valsa la pena. Questi sono i tempi, in Italia. Tempi in cui persino libri di studiosi importanti come Giacomo Becattini non sono trattati con cura.

In una delle poche occasioni nelle quali mi è capitato di incontrare Becattini gli dissi della mia riconoscenza per avermi salvato. Mi ha salvato la prima volta quando, da poco laureato, lessi Il concetto d’industria e la teoria del valore (Torino, Boringhieri, 1962) e una seconda volta quando lessi l’Introduzione all’edizione italiana dei Principi di economia politica di John di Stuart Mill (Utet 1983). Letture – come altre, certo – che mi rassicurarono sul lavoro dell’economista.

Non ho mai condiviso l’interpretazione delle prestazioni dei “distretti industriali” di Becattini e del suo gruppo di ricerca e non ho avuto una diretta interazione scientifica con lui. Ma ho molto ammirato il modo in cui ha svolto il lavoro di economista, rifiutando la pratica della “scienza normale” ed esplorando temi nuovi con libertà metodologica, accettando la prospettiva interdisciplinare, che era di Stuart Mill così come di Marshall. E che in economia è molto più diffusa di quanto la scolastica neoclassica voglia far credere. Accettando, inoltre, l’incertezza di esplorare nuovi territori.

Facile ammirare il modo di lavorare di Becattini se venivi dalla Facoltà di Economia di Ancona degli anni Settanta. Non fosse altro per i libri che trovavi in biblioteca, lo straordinario progetto che Giorgio Fuà aveva ideato e realizzato era ancora vitale. Un progetto di formazione e ricerca che aveva visto interagire Alessandro Pizzorno e Bernardo Secchi, Sabino Cassese e Giuseppe Orlando, Alberto Caracciolo e Sergio Anselmi, Claudio Napoleoni e Beniamino Andreatta e tanti, tanti altri a formare un milieu intellettuale e scientifico interdisciplinare ancora ineguagliato nel suo pluralismo metodologico, nella sua tensione verso una scienza sociale applicata, nella pratica del lavoro di gruppo. Ho impiegato tempo a convincermi che quella era la strada da seguire, e l’incontro con i libri di Becattini è stato decisivo nel farmelo capire.

2.

La coscienza dei luoghi è una raccolta di scritti degli ultimi anni. Sono molto diversi nel genere: articoli scientifici, articoli di quotidiani, testi di seminari e conferenze. Inoltre, metà del libro è composto da un lungo, complesso, rivelatore dialogo tra l’Autore e Alberto Magnaghi, un urbanista che da molti anni lavora a definire gli elementi di un radicale “progetto locale” .

La coscienza dei luoghi non è un libro facile da interpretare. Contiene materiali sparsi, mescolati – che, se avesse avuto il tempo, Becattini avrebbe trasformato in un libro compiuto. Il libro che non ha scritto – come il libro che non ha scritto Alfred Marshall e al quale Becattini dedica le sue congetture. Non è un libro che va letto dall’inizio. La chiave interpretativa è nel Capitolo 1 della Parte terza: “Per una via ordinata all’utopia. Alcune riflessioni sul pensiero di Alfred Marshall in tema di economia di mercato e di utopia comunista” (pp. 71-86).

Dimenticatevi delle recensioni (se le avete scorse) e leggete e rileggete questo straordinario per quanto breve testo, scarno, illuminante e anche commovente atto finale. Becattini parla di Marshall per parlare di se stesso: di un modello di pratica scientifica nel quale ha creduto. Ma anche per parlare di una concezione della relazione tra economia e società secondo la quale la dimensione economica delle relazioni tra gli individui deriva il suo significato profondo non dalla ricerca dell’efficienza ma della coesione sociale. Per Becattini – così come per Marshall – non si può separare economia e società. Non solo nella dimensione del consumo (e delle preferenze), ma anche nella dimensione della produzione. Perché la produzione è un fatto sociale: il modo in cui è organizzata questa fondamentale funzione segna la società.

In questo capitolo Becattini parla di un libro che Marshall non ha scritto, che avrebbe voluto scrivere e di cui abbiamo il titolo: Progress and Ideals. Dalle poche annotazioni che ha lasciato, Becattini ne ricostruisce il contenuto sullo sfondo dell’intera opera di Marshall, che compie un lungo percorso di ricerca e riflessione che precipita in alcuni temi di fondo.

Quale tipo di società presuppone (e richiede) l’economia di mercato? Una domanda fondativa per Marshall, che costringe l’economista ad andare oltre l’analisi del funzionamento dell’economia di mercato – che è il suo oggetto di studio principale. Perché il tema veramente importante per Marshall è il modello di società non il modello di economia. Il problema economico – che Karl Polanyi avrebbe definito molti anni dopo il “problema della sussistenza” – lo devi comunque risolvere, e il modo in cui lo risolvi non è neutrale rispetto alle forme dell’organizzazione sociale e alla sua configurazione (e distribuzione) di costi e benefici.

Per Marshall l’economia di mercato non è un punto di arrivo, e ne sottolinea (come molti altri economisti, certo) la sua storicità. La storicizzazione apre a un progetto politico, che nelle mani di uno studioso diventa utopia. Ma è un’utopia economica, non solo sociale (o politica). In particolare, è un’utopia che riguarda l’organizzazione sociale della produzione. L’utopia permette di declinare la tensione tra presente e futuro in Marshall, così come in Becattini.

La coscienza dei luoghi contiene i materiali per un libro non scritto, che Giacomo Becattini avrebbe forse voluto scrivere. Avrebbe parlato dell’organizzazione sociale della produzione che riteneva compatibile con una società migliore di quella presente. Perché Becattini (come Marshall) non riteneva che “l’economia di mercato [fosse] la soluzione definitiva del problema economico dell’umanità” (p. 75). Se vi interessa l’utopia economica – l’utopia di un modello di produzione, in particolare – che Becattini ha abbozzatto, leggete questa raccolta di testi. Non per condividerla o per rifiutarla, ma per capirla. Non cercateci altro, perché è già molto – e il tema è attuale, importante, affascinante.

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